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Tecniche di miglioramento personale

Concetti e tecniche per il miglioramento personale, tratti dal volume "Il Potenziale Umano", di Daniele Trevisani

Gli strumenti e le tecniche di miglioramento personale sono innumerevoli. Citiamo tra i tanti:

  • piani di formazione personalizzati

  • piani di potenziamento delle energie fisiche personali

  • piani di potenziamento delle energie mentali

  • tecniche di training mentale (es: training autogeno)

  • sessioni di coaching individualizzato

Uno dei punti critici del miglioramento personale consiste nel fissare per se stessi alcuni goals, o obiettivi. Gli obiettivi devono essere piccoli, raggiungibili, senza pretese di miracoli rapidi. non credete a chi promette miracoli. I goals, come ho potuto trattare nel mio volume, devono essere sostanzialmente realistici, e rivisti periodicamente. Man mano che le energie personali crescono, noterete come i goals si possono elevare, aumentare, e la visione della vita cambia. Le nostre ambizioni sono collegate alle energie disponibili. Lavorare alle energie personali è il modo più serio per ottenere il miglioramento personale vero e non credere alle "magie" e ricette rapide proposte da pnllisti improvvisati, maghi, e santoni autoproclamati americani che sostengono di sapere tutto della crescita personale. La crescita personale è un tema scientifico e va trattato con serietà. Chiedete sempre le pubblicazioni di chi dovete seguire, il cui pensiero deve essere espresso in modo chiaro, e su basi scientifiche. Su questi temi non si scherza, la propria vita non è uno scherzo.

Espongo alcuni punti e passaggi tratti dal mio volume, inerenti il miglioramento personale.

Copyright casa editrice Franco Angeli Milano (per altre schede dal volume, clic qui)

Lavorare su goal realistici ed evitare la perdita di contatto con la realtà: inquadrare le mete irraggiungibili e quelle raggiungibili

Il lavoro sulla definizione di goal deve essere bilanciato con aspetti di “centratura sulla realtà” e sulla raggiungibilità del goal.

  • Il sogno sfidante è un motore psicologico importante ma deve essere trattato come ispirazione, mentre un goal deve essere praticabile.

  • Un goal sfidante può stimolare, ma una sequenza di goal estremamente sfidanti, senza pause di recupero, e soprattutto poco raggiungibili, distrugge il morale, soprattutto quando uno dei goal non viene raggiunto.

Come osserva Alberoni (da cui abbiamo ripreso una parte del titolo di questo paragrafo):

 Le mete irraggiungibili ci rendono fragili

È incredibile il numero di persone che dicono di soffrire di depressione. Tutti noi abbiano visto grandi attori, grandi scrittori, grandi registi, che, quando smettono di lavorare anche per un breve periodo di tempo, perdono la fiducia in sé stessi, si sentono inutili, vuoti, e hanno bisogno di qualche sostegno per andare avanti.

Perché siamo diventati così fragili? Perché la società ci addita delle mete sempre più alte e addirittura immaginarie. Mentre, in parallelo, non ci insegna a sviluppare le doti necessarie per affrontare le difficoltà, la frustrazione, l’insuccesso, la solitudine, la sfortuna. Un tempo non era così[1].

 Alberoni stesso evidenzia che i goal diventano stupidi e controproducenti quando non sono centrati sulla vita della persona, e riguardano prototipi proposti dai mass-media – esseri umani di plastica, finti – che ben poco hanno a che fare con i goal delle persone reali. Diventano anche peggio se non disponiamo di strumenti psicologici per gestire i fattori citati, insuccesso, solitudine, e le impossibilità pratiche incontrate sul percorso, che si accompagnano per forza a progetti ambiziosi.

 Un tempo la gente si poneva come meta di trovare un lavoro, di diventare padre, madre, artigiano, fabbro, oppure medico, ingegnere, avvocato ed era contenta del successo che otteneva nel suo ambiente.

Ma oggi siamo tutti proiettati in una società dilatata e ci confrontiamo con tutti. La televisione, i rotocalchi, la pubblicità ci propongono come modelli i personaggi del mondo dello spettacolo giovani, belli, ricchi, sani, felici, allegri, che passano la vita fra un divertimento e l’altro. Non è vero, è una finzione, una messinscena, ma la gente crede veramente che la loro vita coincida con lo svago, il divertimento, la festa. La maggior parte della gente comune, invitata a dire che cosa vorrebbe fare, ti parla di vestiti, di viaggi, di vacanze. Quasi tutte le ragazze sognano di diventare presentatrici o veline, i ragazzi di entrare in qualche reality show. La più riservata casalinga desidera comparire in qualche spettacolo televisivo. E chi non può andare in televisione cerca di apparire in qualche altro modo, facendosi notare almeno per il vestito. E i ricchi, i potenti, coloro che hanno successo si confrontano con tutti quelli che hanno più di loro e, avendo più possibilità, si fanno afferrare da una sfrenatezza impietosa, ricorrono alla droga, ed entrano così in un nuovo ciclo maniaco depressivo.

Forse siamo arrivati alla radice del problema. La depressione è una malattia dell’’es­sere, sostituito dall’apparire. Un tempo, quando eri padre, madre, contadino, fabbro, falegname, medico poggiavi su qualcosa di solido, appartenevi all’essere. E, per di più, esistevi davanti a Dio. L’apparire è trovarti totalmente in balia degli altri, del caso. Quando sei solo non esisti più. Ora Dio sono diventati gli altri, una infinità di dèi capricciosi. E, se si dimenticano di te, svanisci[2].

 L’esercizio del coaching e della ricerca del potenziale personale consiste anche nel cambiare referenti: passare dalle aspettative forzate ai modelli più interni (se stessi come autovalutatori), rompendo con stereotipi dannosi, creare goal ragionevoli, umanamente sostenibili, legati alla crescita umana e non ai prototipi posti dai media, e dotare le persone della capacità di gestire sia i momenti positivi che quelli negativi del loro viaggio verso l’emancipazione.

Questo significa attivare una cultura della sperimentazione, e non del successo ad ogni costo – una cultura della ricerca, dell’introspezione e della sperimentalità, e non del trionfo garantito, chimera improduttiva, e non un reale percorso di ricerca.

Localizzare con precisione cosa sperimentare è un atto positivo.

Anche in azienda, ogni goal deve essere delimitato nel tempo, nello spazio fisico-geografico nel settore merceologico, nella tipologia di soggetti su cui agire, sino ad identificare con estrema precisione i target di una campagna.

La struttura aziendale, di fronte ad input chiari, risponde solitamente con maggiore efficienza ed efficacia, e passa rapidamente allo sviluppo di soluzioni operative.

Obiettivi confusi e poco traducibili in pratica creano invece demotivazione e portano ad uno stato di generale frustrazione e malcontento.

  

Flessibilità esistenziale

Flessibilità esistenziale significa saper adattare il proprio anelito a crescere o a produrre risultati, entro un campo praticabile nel contesto storico e fisico in cui si è. Se la vita mi ha impedito di essere astronauta o attore, o se è troppo tardi per provarci, la mia vita ha comunque senso.

La mia ricerca di espressione non ha fine, sino all’ultimo giorno.

Flessibilità significa sapersi esprimere anche e comunque consapevoli del­l’esistenza di limiti oggettivi. Significa che se una strada desiderata è bloc­cata, ne cercheremo un’altra, e l’importante sarà comunque esprimersi.

Il tema del potenziale umano richiede flessibilità mentale. Soprattutto, nel riconoscere la necessità di sporcarsi le mani con il fango della biologia, riconoscendo la nostra componente fisica, carne, muscoli, sangue – così come quella spirituale, concettuale, con i suoi ideali, sogni e valori, e la compresenza costante di entrambi i piani, fisico e concettuale.

Esiste un bisogno forte, sottostante alle domande, non unicamente finaliz­za­to al lavoro sulle performance. È il bisogno di avere una visione del­l’es­se­re umano che parte da una certa condizione e procede verso qualcosa.

Questo significa costruire vite che si riempiono di significato e di senso.

Servono urgentemente strumenti, metodi scientifici seri, modelli validi e multidisciplinari per chi opera sulla crescita, evoluzione e formazione.

Lo stallo deriva spesso da mancanza di strumenti operativi.

A questi strumenti è importante lavorare, ed uno dei primi strumenti deve essere proprio un modello di uomo.

Chiedersi cosa si un uomo non è banale, quando si vuole intervenire sull’uomo e sul suo potenziale. Come evidenzia Gehlen[3],

 

il bisogno, avvertito da chi riflette, di interpretare la propria esistenza umana non è un bisogno meramente teoretico.

 

In altre parole, chiedersi cosa sia un uomo, formarsene un’immagine, anche se necessariamente semplificata, è indispensabile per poter lavorare sul suo sviluppo, e non è un esercizio di filosofia astratta.

Gehlen stesso ricorda che:

 

C’è un essere vivente, che tra le sue caratteristiche più rilevanti ha quella di dover prendere posizione circa se stesso, cosa per la quale è precisamente necessaria una “immagine”, una formula interpretativa. Circa se stesso significa: circa le proprie pulsioni e qualità percepite, ma anche circa i propri simili, gli altri uomini; infatti, anche il modo di trattare gli uomini dipende da come li si considera e da come si considera se stessi. Questo però vuol dire che l’uomo deve interpretare la sua natura e perciò assumere un atteggiamento attivo e tale da prendere posizione rispetto a se stesso e rispetto agli altri – il che non è tanto facile a dirsi[4].

 

Prendere posizione, in termini pratici, significa cercare di costruire un modello di riferimento utile per progettare azioni di formazione, di coaching, di analisi, di sviluppo.

Le domande legate alle performance individuali o delle organizzazioni sono essenziali: “che sfide vogliamo raggiungere?”, “abbiamo le persone giuste?”. E quale modello di uomo o modelli di riferimento vogliamo sostenere, quali visioni invece dobbiamo combattere?

Copyright casa editrice Franco Angeli Milano (per altre schede dal volume, clic qui)


 

[1] Alberoni, F. (2005), Le mete irraggiungibili ci rendono fragili, Corriere della Sera, 5 dicembre, Copyright 2004 © Rcs.

[2] Ibidem.

[3] Gehlen, A. (1978), Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt, Akademische Verlagsgesellschaft Athenaion, Wiesbaden. Trad. It.: L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano, 1983.

[4] Ibidem.

 

 

 

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